viernes, 28 de enero de 2011

SALINGER, EL EREMITA

Dalla corrispondenza inedita con un amico inglese emerge un uomo diverso: curioso, partecipe, appassionato, perfino socievole


ANDREA MALAGUTI



CORRISPONDENTE DA LONDRA

Era un uomo di pessima reputazione. Quando morì, esattamente un anno fa, il New York Times scrisse: se n’è andato la Greta Garbo della letteratura. Bella immagine. Era J.D. Salinger, l’autore del Giovane Holden, aveva 91 anni, molti soldi e una casa nel New Hampshire. Detestava concedersi ai giornali e alle televisioni. Da oltre cinquant’anni se ne teneva alla larga e per questo si era costruito una fama che non era sua. Gliel’avevano appiccicata addosso. Un signore che se ne va in giro pallido, pensoso, chiuso in sé. Un misantropo, un eremita, un tipo cupo e sgradevole, desideroso di non misurarsi più con un mestiere che gli ha consegnato in gioventù l’eterna libertà dal bisogno. Uno così non lo si può neanche mandare in psicanalisi. Adesso si scopre che erano tutte balle.

L’inavvicinabile Greta Garbo di Manhattan era in verità un instancabile viaggiatore e aveva una lunga serie di passioni: le donne, McEnroe e Tim Henman, il Burger King, Londra, Regent’s Park, lo Zoo, il teatro, Cechov e le cascate del Niagara. Naturalmente la scrittura. Lavorava ogni mattina e per 25 anni ha archiviato la sua opera. «Non è ancora pronta, non ho nessuna fretta di pubblicarla». Non nascondeva neppure le sue avversioni. In testa alla classifica Ronald Reagan, George Bush, Margaret Thatcher e Ian Hamilton, lo studioso deciso a scrivere la sua biografia senza averne ottenuto l’autorizzazione. «Lo odio». Passionale. Chi lo dice? Lui stesso, il misterioso Jerome David. E da ieri è una verità disponile per chiunque.

Frances Hartog, raffinata signora inglese di 70 anni, ha deciso di consegnare all’Università di East Anglia cinquanta lettere e quattro cartoline inviate da Salinger a suo padre, Donald Hartog, tra il 1986 e il 2002. I due si erano conosciuti nel 1937, in Austria, dove erano andati a imparare il tedesco. Un legame che non si era mai interrotto. «Per molti anni papà ha bruciato le missive che arrivavano dagli Stati Uniti, perché sapeva che a Jerry, come lo chiamava lui, non piaceva che fossero in giro. A un certo punto le ha raccolte nel cassetto». Donald è morto tre anni fa, Frances ha aperto il cassetto. «Una scrittura toccante. Molto simile a quella dei libri». È Salinger che si racconta.

In una lettera inviata il 29 ottobre 1992 dice di avere visto la morte in faccia. Di avere avuto paura, per lui e per la moglie Colleen O’Neill. All’1,30 del mattino la casa di Cornish va a fuoco. Il fumo è ovunque. Respira a fatica. «Caro Donald, siamo scappati dalla finestra». Racconta di aver passato la notte a guardare le fiamme che gli divoravano un pezzo di esistenza. Fischiava. Chiamava i suoi due cani italiani. Non li avrebbe visti mai più. «Spero che almeno il mio lavoro non sia andato bruciato». Il suo lavoro, quello che secondo Phyllis Westberg, la sua agente letteraria, non sarebbe mai esistito. «Non c’è nessun archivio», ha detto al Times. Forse.

In un’altra lettera datata 1989, quando George Bush sostituisce Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti dice: «Dalla Casa Bianca esce un uomo ottuso e ne entra un altro». Successivamente, annunciando l’arrivo a Londra per visitare Donald e andare all’opera, racconta il suo amore per lo Zoo di Whipsnade e in una missiva ulteriore decanta l’importanza dei fast food, sottolineando la superiorità del Burger King. Altre volte parla di Wimbledon, del tifo per l’inglese Tim Henman, «che ha un fisico troppo sottile e genitori ingombranti», oppure dei Tre Tenori e della sua predilezione per Carreras. Si godeva la vita.

Perché fuggiva dalla popolarità, allora? La risposta romantica la si può prendere da The Catcher in the Rye (Il giovane Holden, appunto): «Sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate finisce che sentite la mancanza di tutti». Poetico, ma poco credibile. Il motivo probabilmente era più banale. Non sopportava questa idea per cui tutto deve essere pubblico, come se eternamente sul mondo aleggiasse una levità dimenticata dal tempo, un autoabbandono spensierato e narcisistico che cancella le sensibilità singole. Se non ti si vede non esisti. Perché mai avrebbe dovuto condividere il suo sguardo con qualunque sconosciuto dentista di Philadelphia? Con un quotidiano balordo da reality pieno di gente ossessionata da una voglia indomita di provocare la maggiore confusione possibile? Preferiva giocare con le sue regole. Sceglieva il suo mondo e ci stava da dio. Tre mogli, due figli e almeno un’amante nota. Non è esattamente il ritratto di un uomo solitario. Era così. Curioso, rabbioso, partecipe, umorale, persino socievole. Eppure diverso. Infastidito dalla ribalta, irrimediabilmente deciso a non subire gli spintoni di una folla agitata e anonima.


( Una vez más: J.D. Salinger era arisco como el mercurio, inasible como el fuego, temeroso como un cachorro salido recién de su madriguera, extraño como Gargantúa, que su madre lo parió por la boca -pudo haberlo hecho por las narices, como un personaje no inventado para el actor Jim Carrey. Agradezco a Juan Antonio Caldera el envío de la nota de La Stampa, de Italia.)

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